måndag, december 11, 2006

Corso rapido in autodifesa intellettuale


Anche molti secoli fa -forse noi occidentali l’abbiamo dimenticato, le nostre relazioni con l’islam erano difficili.
Maometto era l’Anticristo o il posseduto da Satana.
Ora che siamo diventati tutti laici, siamo costretti a trovare argomenti nuovi.

Dal momento che non possiamo negare a noi stessi che sia proprio la acredine di vecchia data contro l’islam a guidarci – noi siamo tolleranti e razionali, mascheriamo la nostra avversione dietro una non meglio ”solidarietà con i poveri musulmani”.
Qualche esempio?

Non criticare mai apertamente i mussulmani. La cosa potrebbe essere interpretata come intolleranza verso le religioni. Se si vuole parlare di fanatismo religioso indicare i fanatici sempre come islamici mai come musulmani. A volte la scelta delle parole può veramente essere efficace.
Rendere palese che gli islamici rivendicano cose a cui la maggioranza dei musulmani crede. Associare i kamikaze con l’islam é come associare il cristianesimo con le sette radicali tipo Jim Jones, ma funziona. La maggioranza delle persone penserà in ogni caso all’islam quando si parla di islamici.

Cerca di essere chiaro soprattutto su di una cosa: una società moderna non può basarsi sull’ideologia di estremisti islamici. L’associazione inconscia con tutto l’islam che la gente farà é una cosa da non sottovalutare.

Utilizza parole codice al posto di giudizi di valore. Oggi sono soltanto i fascisti a parlare di decadenze culturali, le persone illuminate parlano della necessità di una modernizzazione del mondo islamico. Se ci si modernizza abbastanza si potrà far parte e quindi entrare nella modernità.

Tuttavia di rado si cerca di specificare cosa la parola modernità, veramente significhi, con questa parola si vuole generalmente far palese che i non-moderni devono diventare come noi.
La modernità corrisponde a ciò che un tempo definiva le nazioni civilizzate.

Le nazioni civili sono quelle che bruciarono le streghe, proseguirono con secoli di guerre di religione, colonializzarono il mondo dei barbari (la maggior parte dei ”selvaggi” indigeni furono eliminati nell’America del sud e del nord ed in Australia) e – sempre le nazioni civili, riuscirono a far scoppiare due guerre mondiali soltanto durante la prima metà del secolo ventesimo.

La maggioranza di noi crede che modernità significhi che ”gli altri” devono diventare uguali a noi. Ma questo non bisogna mai dirlo apertamente.

Il problema nella definizione di parole codice come modernità é che questo consente ai lettori o ai fluitori del messaggio mediale la possibilità di riflettere se quello che si dice sia ragionevole oppure no. La situazione allora si complica. Ciò che è moderno oggi non lo era ieri.
Negli anni trenta in anche in nazioni civili come la Svezia l’aborto era reato ed era considerato scandaloso ma non la sterilizzazione forzata degli handicappati.
Oggi é il contrario.

Un tempo una delle nostre azioni civilizzatrici era quella di convincere i barbari a sud dell’equatore che i seni delle loro donne andavano coperti.
Oggi - con la stessa enfasi morale di allora, esortiamo le donne musulmane a mostrare i capelli.


Quello che reclamiamo in fatto di diritti civili e di libertà per le donne dei paesi musulmani sono valori che meno di un secolo fa ci erano completamente estranei.

La nostra moderna teoria sulla libertà di espressione nasconde comunque incongruità e parossismi. Per esempio le caricature di Maometto devono essere tollerate in nome della libertà di espressione ma non sono tollerate le opinioni “ revisioniste” che mettono in discussione l’olocausto. Il pur discutibile storico britannico David Irving – che appunto mette in discussione la verità del genocidio contro gli ebrei durante la seconda guerra mondiale, é stato condannato come é noto a tre anni di carcere da un tribunale austriaco.

Ma a nessuno é venuto in mente di perlomeno insinuare il dubbio che la cristianissima Austria sia però un paese intollerante che dovrebbe riformare le sue leggi sul diritto di opinione.

(Grazie a Guido Zeccola che ha fatto la traduzione)

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